Lessico del razzismo democratico


LESSICO DEL RAZZISMO DEMOCRATICO
Le parole che escludono

di Giuseppe Faso
DeriveApprodi, 2008

In breve

Nel nostro Paese il sentimento razzista si esprime ormai in espliciti e reiterati gesti di pura violenza da parte di singoli e gruppi contro cose e persone. Questi gesti sono stati preceduti dal lento covare di un silenzioso rancore. Ma col tempo il silenzio è esploso in un liberatorio vociare di gruppi che hanno coinvolto intere comunità. Il lento lavorio delle parole razziste e la loro messa in comunicazione, non solo nei grandi circuiti dei media, ma soprattutto in quelli del minuto transito quotidiano di massa (i bar, i mezzi pubblici di trasporto ecc.), crea i presupposti delle pratiche razziste. Ma la tesi di questo libro è molto più radicale e scandalosa. Accanto a un linguaggio razzista ignorante, esplicitamente sguaiato e volgare, ve ne è un altro più pericoloso ed efficace, quello colto e raffinato proprio di quegli intellettuali che fanno sfoggio di convinta democraticità. Nella loro produzione di linguaggio sono innestati i germi di un sottile razzismo che si insinua nel comune pensare e parlare della «gente comune». Questo è, per l’autore, l’operare del «razzismo dei colti». Ed è proprio da lì che si origina il senso e l’opinione che poi diventa convinzione assoluta di massa perché ammantata di una presunta oggettività, dei cosiddetti «dati di fatto».
L’autore, spaziando tra diverse discipline del sapere (sociologia, demografia, pedagogia e criminologia), passa impietosamente al setaccio proprio le strategie linguistiche e le retoriche utilizzate dai cosiddetti intellettuali democratici, estrapolando da esse, a mo’ di esempio, una serie di termini razzisti divenuti d’uso disinvolto e abituale nella discussione sui problemi dell’immigrazione. Come a dire che tra politici, giornalisti, ricercatori sociali, si è costruito lo straniero come pericolo pubblico, grazie a stereotipi gabellati come «dati di fatto» e sondaggi d’opinione guidati da formulazioni grottesche, adoperati come statistiche. Così, i luoghi comuni sono diventati fatti sociali, e addirittura categorie di analisi. È in questo modo che la diceria ha espulso la considerazione razionale dei fenomeni capace di orientarci verso una loro pacifica e quindi positiva soluzione.